Ippolito Nievo: il poeta

Ippolito Nievo comincia presto a comporre versi, appena diciassettenne, per il capodanno 1848 raccoglie in un fascicoletto, decorato con fregi e disegni, i primi componimenti e dedica tredici «Piccole poesie», al nonno Carlo Marin.

Nel tempo trascorso a Verona, dove tra il 1840 e il ’47 aveva frequentato il ginnasio di Sant’Anastasia, la vicinanza del nonno materno che viveva nella stessa città, i suoi racconti sulla caduta della Serenissima nel maggio del 1797, da lui vissuta come membro del Maggior Consiglio, avevano reso molto profondo il loro legame affettivo, tracciando un’impronta incancellabile nel giovane Ippolito.

Il ‘48 e il ’49 saranno anni decisivi per la storia dell’Italia, e proprio in quel periodo si formerà la sua vocazione di combattente.

Nell’estate del ’50, dopo un viaggio a Venezia con la famiglia, sull’album della cugina Elisa Plattis, di Padova, Nievo scrive una poesia sulla caduta di Venezia rimasta inedita fino al 19321. I versi, in cui esprime il dolore per la disfatta veneziana, se da un lato sembrano richiamare quelli molto noti del Fusinato, hanno tuttavia una propria e ben precisa connotazione nel denunciare lo sdegno per la leggerezza con cui la città ha ripreso i ritmi abituali.

Due anni dopo, nel 1852, a Mantova, in un libretto di nozze viene pubblicato il carme L’Umanità, inviato poi con diverso titolo, Il Crepuscolo, all’omonimo periodico milanese diretto da Carlo Tenca, che non lo pubblica ma comincia ad apprezzare il Nievo, apprezzamento che crescerà nel tempo.

Verso la fine del ’53, a ventidue anni, inizia la collaborazione con ‹‹L’Alchimista friulano››, settimanale udinese diretto da Camillo Giussani, con le uscite regolari delle sue poesie; la prima, sul numero del 6 novembre 1853, è Centomila poeti, cui seguono La Ledra, Bruto minimo all’Università e Pane e vino, e diverse altre ancora che vanno a formare il primo volume dei Versi. Nella primavera del ’54, è lo stesso editore del giornale, Vendrame, a pubblicare il volume che l’autore definisce ‹‹un mosaico che si unifica però bellamente nello scopo d’una restaurazione civile e morale››.2

Di queste prime composizioni, Nievo scrive all’amico Andrea Cassa, ‹‹La mia Musa sta molto sul positivo, ama i dettagli della vita pratica, e o trascura o sdegna i voli lirici o sentimentali dei poeti Pratajuoli: credo d’aver scelto la via se non più brillante almeno più utile››.3L’influenza del Giusti è ben presente.

Nel ’54, sempre su ‹‹L’Alchimista friulano››, esce a puntate il suo saggio Studii sulla poesia popolare e civile massimamente in Italia, ( e “civile” in quegli anni significava anche patriottico)4 che l’editore decide di pubblicare in opuscolo, in numero molto ristretto di copie; l’ultimo dei sei capitoli, dedicato alla letteratura straniera, prende il nome di Appendice.5 Già nei Versi del ’54, ” il suo ideale poetico si identificava nella musa di Giuseppe Giusti come quella più di ogni altra capace di assumere un linguaggio di immediata comunicazione, accessibile ad un pubblico larghissimo, linguaggio letterario e popolare insieme, e musa pronta a mettersi al servizio di una missione civile e della causa nazionale”.6Tematica che l’autore approfondisce, nel saggio citato, nell’arco della tradizione storica della letteratura italiana.

Nel 1855 esce il secondo volume dei Versi che accoglie le poesie pubblicate sull’‹‹L’Alchimista friulano››, con cadenza settimanale, dal luglio ’54, comprese quelle denominate Poesie d’un’anima – Brani del Giornale d’un poeta pubblicati da Ippolito Nievo. Della raccolta fanno parte anche altri componimenti apparsi sulla Strenna Friulana per capodanno e sulla strenna veronese I poveri.

Il primo volume, recensito da Carlo Tenca sul ‹‹Crepuscolo››, aveva ricevuto lodi ma anche critiche di cui Nievo tiene conto in questa seconda prova, sperimentando “…la via di una poesia più intima, che si avvicina ad un linguaggio letterariamente più alto con echi della lezione foscoliana e leopardiana”.7

Sempre nel ’55, Nievo riceve una proposta di collaborazione dal giornale milanese ‹‹Il Caffè›› di Vincenzo De Castro, al quale invia una serie di componimenti poetici, il primo si intitola La nebulosa, sotto il titolo unico di Lucciole, lo stessotitolo ha poi il volume che le raccoglie. Nell’opera, uscita come strenna per l’anno nuovo 1858, a Milano, entreranno le poesie pubblicate su ‹‹Il Caffè››, la silloge di versi Le nuvole d’oro – Note d’amore, scritta per nozze nel ’56, e i versi pubblicati su ‹‹La Ricamatrice››, ‹‹Quel che si vede e quel che non si vede›› e ‹‹Il Pungolo››.

Proprio sul settimanale veneziano ‹‹Quel che si vede e quel che non si vede››, il 2 novembre 1856, esce il primodi una serie di brevi componimenti poetici, raggruppati sotto la denominazione generale di Bozzetti Veneziani, a cui ne seguiranno solo altri sei per la chiusura del giornale, che riprese vita a Milano con altro titolo, ‹‹Il Pungolo››. La pubblicazione degli altri Bozzetti, una sessantina in tutto, proseguiranno per una buona metà sul ‹‹Il Pungolo›› e su ‹‹La Ricamatrice››, e “l’intera serie, rimaneggiata, prese posto nel ‹‹canzoniere›› delle Lucciole“.8

Scambiati inizialmente dalla critica come ‹‹collana della più corrente merce poetica in voga presso i giornali di allora››9, quasi cartoline turistiche – anche per via dei titoli che ricordano i monumenti famosi, i luoghi di ritrovo veneziani o le feste popolari – si sono rivelati ad un esame più attento ‹‹vere acqueforti colorate, dove spesso l’acido dell’incisione corrode pure la realtà ritratta››.10

E proprio i titoli, che servono a fuorviare la censura, permettono all’autore non solo di sfidare chi voleva imbavagliarlo ma sono anche una provocazione nei confronti del lettore, un invito a non fermarsi ai semplici versi ma a cercare il loro significato sottinteso: l’amore amaro per Venezia, il rifiuto ad accettare i vizi privati e la viltà del patriziato prono al dominatore e la rabbia mista al dolore per la squallida decadenza della città.

L’ultima opera in poesia del Nievo è Amori Garibaldini, quasi un diario, una cronaca poetica, una collana di pensieri sulla sua partecipazione alla campagna del 1859 tra i volontari dei Cacciatori delle Alpi. Versi scritti a caldo, appunti ‹tra un combattimento e un bivacco››, poi rivisti e riscritti a Fossato di Rodigo, dove si è stabilita anche la madre, nell’autunno del ’59. Un esempio di poesia che ‹‹muova dal reale››, e sulla quale sia possibile ‹‹calibrare le proprie istanze etico-sociali››11

Il volume esce nel giugno dell’anno dopo ‹‹con tanti orrori di stampa››, Nievo è in Sicilia con i Mille ma prima di partire ha dato incarico all’amico Cesare Cologna di seguire la stampa e la diffusione del suo testo.

Emblematica l’ultima poesia del volume, il titolo è: Sbarco in Sicilia. Il testo: 103 puntini e un punto di domanda finale.


1 Giovanni Botturi, La caduta di Venezia, in una lirica inedita di Ippolito Nievo, Prem. Stab. Cooperativo Tipografico, Fermo, 1932 – X

2 In Ippolito Nievo Le Confessioni d’un Italiano a cura di Simone Casini, Parma, Fondazione Pietro Bembo- Ugo Guanda Editore, 1999 – Cronologia

3 Ivi

4 In Ippolito Nievo, Studi sulla poesia popolare e civile, a cura di Marcella Gorra, Istituto Editoriale Veneto Friulano 1994

5 Ivi

6 In Narratori e prosatori del Romanticismo, di Sergio Romagnoli, Garzanti, 1968

7 Ivi

8 In Nievo fra noi, di Marcella Gorra, La Nuova Italia, Firenze, 1970

9 In Nievo fra noi, a cura di Marcella Gorra, La Nuova Italia editrice, Firenze, 1970

10 Ivi

11 In Ippolito Nievo, Amori garibaldini, a cura di Ermanno Paccagnini, De Ferrari, Genova, 2008


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